PRESENTAZIONE  LATITUDINE E LONGITUDINE GEOLOGIA CLIMA IDROGRAFIA FAUNA FLORA

POPOLAZIONE CENSIMENTO 1981 SETTORE PRIMARIO SETTORE SECONDARIO  SETTORE TERZIARIO

SETTORE SECONDARIO

INDUSTRIA ED ARTIGIANATO 

Il 32 per cento della mia popolazione attiva risulta occupato nel settore secondario (Censimento generale della popolazione,1981).
Rispetto al Censimen
to del 1971 si nota un calo del 5 per cento. Nell'industria estrattiva sono occupate 15 persone (14 maschi); nella lavorazione dei metalli 21(19 maschi);nell'abbigliamento, nella lavorazione del legno e delle pelli 88 (67 donne e 21 uomini ); nell'edilizia 133 (tutti uomini); nei materiali per la combustione 2 (1 e 1); nell'elettricità, gas ed acqua 4 (uomini). Gli addetti sono in totale 263, 192 maschi e 71 femmine.

Per quanto riguarda la qualifica professionale, gli imprenditori sono 6 (5 maschi), i lavoratori in proprio IO (9 maschi), gli impiegati 11 (7 maschi) e i lavoratori dipendenti 236 (171 maschi e 65 femmine). Nel settore secondario gli uomini rappresentano il 73 per cento e le donne il 27 per cento.

Da questi dati risulta che l'edilizia è l'attività più importante del settore, infatti il numero dei suoi addetti copre da solo più della metà degli addetti in totale (50,6 per cento).

Al secondo posto si colloca l'industria dell'abbigliamento, delle pelli e del legno con il 33,5 per cento; al terzo posto l'industria per la lavorazione dei metalli con il 7,9 per cento; al quarto posto l'industria estrattiva con il 5,9 per cento; infine le altre attività con il 2,1 per cento.

Le cifre riportate riguardano il lavoro espletato dai miei abitanti anche fuori del luogo di residenza.

Il 6° Censimento generale dell'industria (26 ottobre I98I - Dati pubblicati dall'Istat nel 1984) riguarda, invece, soltanto le imprese e i lavoratori che operano nel territorio comunale.
Ri
sultano attive 3 imprese artigiane nella lavorazione dei metalli e nella meccanica di precisione con 5 addetti.
Le industrie ali
mentari, tessili, dell'abbigliamento, del legno, della pelle e del cuoio censite sono 8, di cui 6 a livello artigianale, con un totale di 95 addetti, quasi tutti occupati nel settore dell'abbigliamento e delle calzature.

Nell'edilizia operano 8 imprese con 62 addetti. La maggior parte delle unità locali hanno caratteristiche artigianali, sono cioè unità molto piccole, a conduzione familiare con pochi coadiuvanti per lo più apprendisti. Soltanto 3 unità locali nell'edilizia e 2 nelle industrie del secondo tipo (abbigliamento e calzature) non sono ritenute artigianali, e in esse sono occupati moltissimi lavoratori del settore secondario, il 78 per cento.

Il totale degli addetti nell'industria e nell'artigianato ammonta a 162.

Rispetto ai dati del Censimento della popolazione c'è una differenza in meno di 101 addetti, e anche la loro ripartizione percentuale è diversa. L'edilizia non è più al primo posto, ma si sposta al secondo con il 38 per cento degli occupati, seguita dall'industria per la trasformazione dei metalli,3 per cento,e preceduta dalle restanti (abbigliamento, alimentari, legno e pelle), 59 per cento.

Fin qui le cifre, le quali, anche se non delineano con limpidezza la situazione reale del 1981, ne dànno una visione sufficientemente chiara. Innanzitutto, il settore secondario acquista la sua vera importante posizione nella mia economia, anche se si tiene conto soltanto dei lavoratori in esso occupati.


INDUSTRIA ESTRATTIVA

Se il mio stemma dovesse essere mutato, così come sta per accadere a quello della nostra Repubblica, suggerirei di usare come simbolo principale una cava. Una cava, infatti, tradizionalmente ritenuta un dono di San Michele, sta alla base della mia rivoluzione industriale. Pionieri in questo ramo sono stati i membri della famiglia De Matteis, in particolare Nicola, suo figlio Alberto e i figli di quest'ultimo Domenico e Gianfranco, che dai primi anni del secolo ad oggi hanno fatto dell'attività estrattiva la forza motrice della mia economia.

Lo sfruttamento iniziale della cava di San Michele, così denominata perché si trova accanto ad una grotta nella quale fu rinvenuta una statua del santo, fu caratterizzato dall'alto numero

di persone che vi erano impegnate. Il lavoro veniva svolto manualmente: lo scavo procedeva a forza di picconate; il materiale estratto era trasportato nel posto di raccolta dalle donne, poi inviato alla stazione ferroviaria con traini e qui caricato sui vagoni.

Il primo esplosivo usato per rompere la roccia fu la polvere nera, soltanto nell'ultimo trentennio si è adoperata la dinamite.

Dalla cava di San Michele si estraeva materiale calcareo puro al 96 per cento, difficile da trovare altrove. Un frantoio, attivo ancora oggi, sorto a poca distanza dal giacimento,riduceva la pietra estratta in polvere finissima, che, in anni più vicini a noi, con camion appartenenti ai proprietari della cava o ad autotrasportatori privati, raggiungeva alcune fabbriche in Puglia e in Molise.

La polvere di San Michele è stata usata per la produzione di manufatti in cemento, in particolare mattonelle tipo segati, brecciati, alcuni dei quali sono stati denominati bianco Casalbore” e oniciato Casalbore". Dalle industrie pugliesi e molisane le mattonelle sono esportate anche all'estero, soprattutto nei Paesi arabi.

Qui da me e nei paesi vicini la "rena" della cava è servita nell'edilizia per realizzare intonaci interni ed esterni molto resistenti. Ma di essa sono stati fatti anche usi impropri. Per esempio, veniva usata dalle donne per pulire i recipienti di rame, che una volta, tirati continuamente a lucido, facevano bella mostra di sé nelle case. Durante la guerra, addirittura dei contrabbandieri la mischiavano alla farina per aumentarne la quantità e, soprattutto, il peso. Sono state fatte anche delle prove per adoperare la polvere nelle vetrerie, ma essa non è risultata adatta perché troppo secca.

La cava di San Michele, purtroppo, non è più attiva dal 1967 e da allora è iniziato lo sfruttamento di altri giacimenti, di piccola entità, alcuni dei quali si sono esauriti nel giro di pochi anni. Cave di materiale calcareo sono state aperte nelle contrade Santa Maria, Sant'Elia e San Nicola; esse continuano ad alimentare l'industria estrattiva che conta ora soltanto 6 addetti, alle dipendenze della Edilcave. E' curioso notare come le località con depositi calcarei portino nomi di santi: una ricerca geologica collegata alla toponomastica potrebbe dare dei frutti insperati.

Quando anche le cave ancora attive saranno esaurite e se non si troveranno altri giacimenti, non resterà che scavare sotto al miovecchio centro abitato, che poggia su rocce calcaree purissime.

Oltre al calcare, io offro in abbondanza silice. Una cava per l'estrazione di questo materiale è stata aperta nel 1957 in contrada Pesco La Torre. Il giacimento, molto esteso tanto da giungere fin sotto al Pagliarone, è di proprietà comunale ed è attualmente concesso in fitto alla Edilcave. La silice estratta rifornisce lo stabilimento dell'Italcementi di Salerno.

Restano, invece, inutilizzate le grosse quantità di argilla presenti nel mio territorio, soprattutto in località Le Lame. Si potrebbe impiantare una fornace, ma gli imprenditori interessati rinunciano al progetto, perché ne operano già molte, anche nei centri vicini.

Calcare, silice ed argilla costituiscono il patrimonio minerario che ho accumulato nel corso di millenni per donarlo ai miei figli. Non ho altro, se non in quantità minime. Mi sono anche sottoposto docilmente alle violente perforazioni delle trivelle che mi hanno esplorato in profondità alla ricerca di petrolio e di gas. Io che conosco bene il mio corpo posso confessarti di possedere dei depositi di idrocarburi, ma sono di entità modestissima, perciò oggi il loro sfruttamento risulterebbe in perdita, potrebbe essere, però, conveniente domani.

Meglio così! Per ora mi basta sentire di notte gli autocarri che partono colmi di polvere bianca benedetta dai Santi.

INDUSTRIA DELL’ABBIGLIAMENTO 

Nella lingua dei miei abitanti è diventato di uso comune, da circa un ventennio, il termine "fabbrica". Con esso, senza alcun rischio di generare confusione, viene indicata la sede dell'industria manifatturiera di confezioni "Emmesse", nome composto dalle iniziali del cognome e del nome del titolare Muccillo Silvestro.

La fabbrica rappresenta il mio fiore all'occhiello, la colonna portante della mia economia.

Sorta nel 1962 come laboratorio artigianale con tre dipendenti e con una produzione limitata ai pigiami per uomo, la "fabbrica" si è sviluppata sempre di più, tanto che attualmente dà lavoro ad

un'ottantina di persone. La prima sede era ubicata nel rione Parcoal corso Vittorio Emanuele, successivamente venne trasferita in Viale Cesare Battisti e qui rimase fino all'ottobre del I976 quando fu inaugurato il nuovo stabilimento, appositamente costruito sul fianco Nord del monte San Silvestro, in via Pietro Nenni.

I locali del nuovo complesso sono dislocati su tre piani ed hanno una superficie totale di mq 3.200. A livello stradale vi è il locale per il carico e lo scarico della merce, che con due monta-

carichi viene portata nei depositi o nei vari reparti. I depositi sono due: uno per la materia prima da utilizzare nel breve periodo, l'altro per un magazzinaggio di maggiore durata. Al primo piano si trovano il grande locale per la lavorazione e gli uffici, amministrativo e vendita; in quello superiore c'è il reparto per il taglio oltre ad un deposito dei finimenti (filo, bottoni, cerniere lampo, ecc.). La fabbrica è dotata di circa 120 macchinari: macchine per cucire di tipo industriale; macchine per la stampa e per il ricamo; macchine eliografiche per la riproduzione di matrici con il modello originario; macchine per il taglio; tavoli da stiro.
D
ella manutenzione degli strumenti di lavoro è incaricato un tecnco che si è specializzato a Napoli.

Poiché è frequente qui da me l'interruzione dell'erogazione di energia elettrica, il complesso industriale è stato corredato di un generatore di corrente che consente di evitare il blocco del ciclo produttivo. La "Emmesse" produce in serie articoli di abbigliameto esterno per uomo, donna e bambino: pigiameria, grembiuli per la scuola, vestaglie per donna, jeans, tute da ginnastica, ed è caratterizzata dalla possibilità di cambiare i prodotti a seconda delle richieste del mercato. Per una migliore organizzazione del lavoro la fabbrica si serve della consulenza di imprese di Milano e di Benevento, specializzate nella previsione della domanda, sia per i modelli che per i colori, nell'ideazione dei capi e nell'etichettatura.

I tessuti, che costituiscono la principale materia prima usata nello stabilimento, arrivano, tramite autotrasportatori, da diverse industrie del Nord, di Varese, di Milano, di Busto, di Gallarate, da Prato e anche dall'estero. Con mezzi di sua proprietà, la "Emmesse" consegna gli articoli finiti e confezionati senza l'apporto di altre strutture industriali ai grossisti che operano nella nostra regione e in tutte le altre dall'Abruzzo in giù, isole comprese. In Campania i prodotti del lavoro casalborese sono diffusi in tutte le province e trovano uno sbocco notevole a Napoli, nel Cis di Nola, che è il centro all'ingrosso più grande d'Europa, a San Giuseppe Vesuviano e a Pontecagnano, dove sta sorgendo un'altra città dell'ingrosso.

La forza lavoro, distinta in operai, apprendisti ed impiegati, è quasi tutta femminile; gli uomini sono soltanto il 1O per cento.

Le operaie sono in gran parte ragazze, che terminata la scuola dell'obbligo hanno subito la possibilità di acquistare una autonomia finanziaria, di sentirsi responsabili ed utili a se stesse e alle famiglie

Fra le lavoranti vi sono anche donne coniugate, con mariti disoccupati o lavoratori stagionali, il cui salario è fondamentale per portare avanti la famiglia. L'offerta di manodopera è abbondante,
perché proviene anche dai paesi limitrofi, ma poiché si tratta di giovani del tutto digiune di esperienze di lavoro, prive di qualsiasi specializzazione, il primo compito dell'azienda è quello di istruirle.

L'influsso che la "Emmesse" esercita sulla mia economia è grandissimo; non tanto per il numero delle persone che vi hanno trovato lavoro, ma perché esse sono ragazze, che contribuiscono con i loro guadagni da una parte ad aumentare il reddito della propria famiglia e dall'altra a stimolare, con i loro acquisti, le attività commerciali.

Non posso non sentirmi orgoglioso quando penso a tutta la gente che in varie parti d'Italia va a letto dopo aver indossato un comodo pigiama, frutto delle capacità imprenditoriali e della laboriosità dei miei figli più giovani.

 

INDUSTRIA MECCANICA

Alle quattro del mattino, nel periodo estivo, erano i martelli dei fabbri, che battevano con ritmo ossessivo sull'incudine, a dare la sveglia a tutta la gente. Soprattutto gli abitanti del Parco ne facevano le spese, ma anche sul Centro e sul Borgo risuonavano i colpi alternati dei grossi martelli che davano forma al ferro rovente e rimbalzavano sull'incudine. C'era, anzi, una specie di saluto, un richiamarsi, tra i fabbri delle tre botteghe del Parco e quelli dell'unica bottega del Borgo, aperta nell'angolo tra l'edicola e il distributore di carburanti. Il saluto era d'obbligo perché tutti i fabbri erano imparentati tra loro: provenivano da un unico ceppo, che già nel 18OO aveva iniziato questa attività.

Il mestiere di "ferraro" è ora scomparso; le ultime due botteghe sono state chiuse: negli anni sessanta, quella del Borgo; quella del Parco, una decina di anni fa. L'avvento della meccanizzazione in agricoltura ha provocato la fine di questo artigianato che al lavoro agricolo era intimamente legato. Erano i fabbri, infatti, a produrre e a riparare gli attrezzi adoperati per il lavoro nei campi: zappe; bidenti; falci; accette; punte per piantatoi; punte per vomeri, di cui ancora nel 1952 circolavano esemplari di legno; raschietti per togliere il fango dalla suola delle scarpe.

Dalle loro botteghe uscivano anche le "rasulicchie" per pulire la spianatoia e la madia e per tagliare la pasta, gli "josciaturi" per ravvivare il fuoco nel camino, le palette per spostare la brace e per togliere la cenere, gli "asciugapanni" da sistemare sul braciere. Per lavorare il ferro i fabbri si servivano della fucina, un focolare a carboni ravvivati da un ventilatore azionato a mano, che consentiva di raggiungere temperature tali da fondere il metallo.

Questi artigiani abilissimi erano in grado di eseguire le saldature di pezzi di ferro usando, fino al 1951, la silice della cava di Pesco La Torre ridotta in polvere col martello.

Spessissimo i fabbri si trasformavano in maniscalchi impegnati nel ferrare i cavalli, gli asini e i buoi: tagliavano un po' dello zoccolo del piede dell'animale per pareggiarlo, poi vi applicavano il ferro rovente per facilitarne l'aderenza e lo bloccavano con dei chiodi particolari. La ferratura non era effettuata soltanto presso le botteghe, ma in alcuni periodi dell'anno erano i maniscalchi a girare per le campagne e per la loro opera venivano ricompensati in natura.

I fabbri esercitavano anche la funzione di veterinari, infatti curavano gli zoccoli degli animali colpiti da una malattia che ne causava lo sgretolamento. Curavano anche le persone anemiche, per le quali preparavano delle "pillole" con la limatura di ferro racchiusa in una buccia di cipolla, che i pazienti, pazientemente, inghiottivano. Essi erano capaci di aggiustare le armi e di lavorare con arte nella realizzazione di una ringhiera o di una inferriata o di un "tozzelaturo", il batacchio infisso su tutte le porte per la gioia dei monelli, che si divertivano a bussare e a scappare inseguiti dalle minacce delle vecchiette.

L'ultimo rappresentante della grande famiglia di fabbri il quale si occupa ancora della lavorazione dei metalli è Antonio Lamparelli, proprietario di un'officina in Viale Europa. Alla base del suo lavoro, però, oggi non c'è più il ferro, che è stato sostituito dall'alluminio e dalla plastica, e la sua produzione non è più legata all'agricoltura, ma all'edilizia.

Nell'officina, infatti, si producono soprattutto infissi, balconi, finestre, porte, tapparelle, imposte, ringhiere, per le nuove abitazioni costruite qui da me o nei paesi vicini. Il posto della fucina e dell'incudine è stato preso da macchine che consentono il taglio dei profilati di alluminio e di plastica e il montaggio delle serrature, dei saliscendi e delle cerniere, da una fresa per modellare gli incastri, da una punzonatrice, da una saldatrice e da un trapano. La materia prima viene ora portata direttamente sul posto dai fornitori, mentre una volta i fabbri erano costretti a riciclare materiale bellico.

La richiesta di infissi metallici è stata ed è elevata, essi, infatti, hanno sostituito quasi del tutto le porte e le finestre in legno usate in precedenza. Ciò ha favorito la nascita di un'altra impresa occupata in questo settore, quella dei Frat.lli Luongo, anch'essi attivi in un locale in Viale Europa dal 1983. A gestire la piccola industria sono i due giovani titolari con l'aiuto di due apprendisti. Per ottenere il prodotto finito si servono di parecchi macchinari: una sega circolare; una punzonatrice per angoli di 90°; un pantografo; un'intestatrice per il taglio degli incastri; macchine per l'inserimento delle cerniere, delle serrature, delle maniglie e dei saliscendi; una filettatrice; un trapano a due punte; un trapano a colonna; una mola. L'aria necessaria per il funzionamento della maggior parte delle macchine è prodotta da un compressore. Gli infissi, che secondo le richieste del cliente vengono forniti di cristalli di diverso tipo, per esempio a camera o fumé, sono installati e montati dagli stessi operai dell'officina.

La presenza di questi laboratori artigianali per la lavorazione dei metalli assume un'importanza rilevante, sia perché essi offrono ai miei abitanti prodotti di qualità in tempi brevi, sia perché soddisfano sempre più spesso richieste provenienti da altri paesi e concorrono, quindi, a rendere attivi i miei scambi commerciali.

Bene! Anche se l'assordante e stridente rumore della sega elettrica non è come il suono argentino dell'incudine.

Dal 1981 opera l'O.M.P. (Officina Meccanica di Precisione) di Vincenzo Padrevita, situata in un locale di Via Giacomo Matteotti. L'officina, attrezzatissima, è specializzata nella produzione di "particolari a disegno", cioè di componenti per motori, carrozzerie, attrezzi,ecc., in base alle forme e alle misure indicate in un progetto fornito dal committente. Il lavoro è svolto quasi esclusivamente per altre industrie, per esempio per la Fiat di Flumeri, della quale l'O.M.P. è tra i fornitori già muniti di codice, perché intrattiene con essa un rapporto stabile. Altri pezzi sono prodotti per la Fiat Sofim di Foggia, che costruisce motori diesel; per 1'Italgel di Benevento, produttrice di gelati; per l'Italdata di Avellino, che si occupa di computers; per la Masomilan di Napoli, che realizza valvole di vapore per raffinerie di petrolio; per la Staveco di Nola, interessata alla costruzione e alla revisione di carri armati. Ma anche le industrie, i laboratori artigianali e i privati della mia zona vi si rivolgono in caso di necessità.

A lavorare nell'officina sono in quattro: il proprietario, la moglie, che si occupa dell'amministrazione, e due operai. Ma in questo tipo di industrie più che l'uomo contano le macchine e l'O. M.P. ne possiede molte, capaci di eseguire delle lavorazioni estremamente precise. Si tratta di macchine utensili dal costo elevato, progettate e costruite da industrie italiane, che è raro trovare in altre officine della nostra provincia. Innanzitutto il tornio, che consente la lavorazione di particolari cilindrici e conici ed esegue la filettatura e la zigrinatura. Inoltre: una fresatrice verticale, per ridurre i pezzi alla misura dovuta, dotata di un visualizzatore a cristalli liquidi che indica con precisione centesimale l'avanzamento del particolare in lavorazione; una fresatrice universale, che esegue il taglio sia in orizzontale che in verticale; un'affilatrice tangenziale, che permette di ottenere delle superfici levigatissime; una rettificatrice cilindrica con mole di diverse dimensioni, diamantate, per la finitura delle superfici interne ed esterne di un pezzo. Alcune di queste macchine sono completamente automatizzate, in grado cioè di svolgere la lavorazione, una volta impostate, senza l'intervento dell'operaio e sono fornite di innumerevoli accessori. Oltre ai macchinari già descritti, l'officina possiede un seghetto alternativo, che è lo strumento da cui inizia il ciclo di lavorazione di un pezzo, una tronchese, per tagliare i profilati di alluminio e le barre di plastica, un trapano a colonna e una molatrice. In un posto di lavoro come questo non possono mancare gli strumenti di misura, in particolare il calibro decimale e il micrometro, che indicano con una precisione massima la lunghezza e lo spessore di un oggetto meccanico.

Le materie prime utilizzate dalla O.M.P. sono il ferro, il bronzo, il rame, l'alluminio, l'ottone, la plastica e, soprattutto, l'acciaio. Di quest'ultimo si adoperano vari tipi, a seconda delle richieste specifiche indicate nel progetto sulla base delle diverse sollecitazioni che i particolari prodotti dovranno sopportare. Pertanto, alle varietà di acciaio più comuni, il 18/IO, il 316,il C IO, il C 20 e il C 40, si aggiungono l'U85MV8 e l'UX20OCI3, durissimi, indeformabili, temperati tra gli 800° e i 1OOO°. Il titolare dell'officina si rifornisce di materia prima presso alcuni rivenditori di Napoli; non può rivolgersi direttamente alle industrie di base perché esse cedono soltanto grossi quantitativi di merce.

L'O.M.P. è un'industria minima, con caratteristiche tipicamente artigianali, che offre un prodotto di altissima qualità e fa viaggiare il mio nome, il nome di Casalbore, sui pullman della Fiat.

INDUSTRIA ALIMENTARE

Chi non sapeva fischiare non poteva fare il mugnaio. Con dei potenti fischi, infatti, un mugnaio annunciava all'altro, proprietario di un mulino posto un poco più in basso, che stava per arrivare la scapula”. La “scapula” (lat. scaphula = vasca; capulare = travasare) era la cascata d'acqua che usciva violentemente da un bacino di raccolta e metteva in movimento la macina del mulino. Una volta passata la “scapula”, il mulino non poteva più funzionare e per il mugnaio il lavoro terminava. Per metafora il termine dialettale ”scapulare" ha assunto proprio il significato di “smettere di lavorare". Di fischi nei primi decenni di questo secolo ne sentivo parecchi, dato che, lungo il Vallone del Fosso a partire dal monte Fontanella (“Fontaniello”) fin giù al Miscano (“iumara”), erano attivi ben nove mulini ad acqua. Due sorgevano al Fontaniello, vicino alla Cascata; uno nei pressi del ponte del Parco; un altro a San Nicola; altri tre in località La Lammia, Santa Maria e Canale; gli ultimi due a poca distanza dal corso del Miscano, in una zona indicata come Marcu Lu Pintu.

Ciascuno di questi mulini era fornito di una torre", un serbatoio in pietra alto fino a 1O metri, alimentata dall'acqua di qualche sorgente e da quella piovana portata dal torrente. Quando si voleva macinare, si lasciava defluire l'acqua accumulata nella torre da un foro, che di norma era ostruito da un tappo in legno azionato da un lungo palo. La massa d'acqua fuoriusciva con violenza e andava a sbattere contro una ruota munita di pale, detta trecene" mettendola in movimento. Il moto del “trecene” si trasmetteva per mezzo di assi di legno alla mola, una pesante ruota di pietra, che ruotava su un altro disco di pietra fissato al pavimento (lettèra).

 

La “scapula” che era servita per azionare il primo mulino passava al secondo, poi al terzo, e così via … Sempreché i mugnai non fossero in lite fra loro.

Dai mulini ad acqua, alcuni dei quali hanno definitivamente smesso di funzionare soltanto dopo la seconda guerra mondiale, si passò, tra il 1920 e il I930, a quelli azionati da un motore a vapore o a scoppio, che furono impiantati uno al Parco (Romano) e un altro sotto la Rimessa (Maraviglia). Il primo è ancora oggi attivo; il secondo, invece, venne sostituito, negli anni cinquanta, da un moderno mulino a laminatoi, aperto da Resce Guido sulla Rimessa, che ha funzionato fino al I98I.

Una torre è anche adesso la caratteristica del nuovo mulino costruito in Via Mainolfi. Si tratta di una costruzione di cinque piani, alta circa 20 metri e larga 12, che ospita i macchinari dell'industria molitoria di Resce Nicola, la più grande della nostra provincia. Il mulino ha iniziato l'attività nel 1982, ed è in grado di macinare in 24 ore 750 quintali di grano, 30 quintali all'ora, che dànno 500 quintali di farina. Attraverso i laminatoi del mulino passa esclusivamente grano tenero, proveniente quasi tutto dalla Francia, che giunge qui su camion caricati nei porti campani. Soltanto nel periodo estivo viene trattato anche il grano tenero prodotto localmente. Il grano, che entra nello stabilimento "alla rinfusa” è scaricato in una fossa e da qui è immagazzinato, con un elevatore a tazze, nei sili adiacenti alla torre, i quali hanno una capacità di 12.000 quintali. Dai sili il grano inizia il suo andirivieni tra le numerose macchine del complesso industriale. Innanzitutto, è sottoposto alla pulitura, che è distinta in due fasi: nella prima, il grano viene bagnato e fatto riposare in un silo per un minimo di otto ore; nella seconda, avviene la vagliatura, che permette l'eliminazione delle scorie. Inizia, quindi, la molitura per mezzo dei laminatoi, che sono dei cilindri disposti orizzontalmente in coppia e ruotanti l'uno contro l'altro.

Il mulino dispone di IO laminatoi, quindi di 20 coppie di rulli.

Il prodotto molito passa successivamente alla stacciatura, operazione che serve a separare la crusca dalla farina e che viene effettuata con macchine semolatrici e con stacci oscillanti (Plansichter).
L
a farina, infine, viene trasportata da elevatori a tazze in 4 sili metallici, zincati, capaci di contenerne 750 quintali. Prima di lasciare lo stabilimento, la farina è confezionata da una bilancia-insaccatrice completamente automatica in sacchi di carta di 50 Kg, ed è caricata sugli autocarri da un nastro trasportatore.

Il mulino produce anche la crusca e il tritello, un cruscame più sottile, che sono venduti ai grossisti per uso zootecnico.

In ogni piano dell'edificio si svolge una fase diversa della lavorazione e il prodotto, attraverso aspiratori pneumatici,vi sale e scende, prima che sia finemente lavorato, una ventina di volte.
Nel piano interrato sono alloggiati i due motori e gli organi per la trasmissione comandi ai laminatoi, sistemati nel piano superiore; nel secondo piano avviene l'insaccaggio dei cruscami; al terzo trovano posto le semolatrici e al quarto i buratti (Plansichter), che separano le particelle della farina in base alla loro densità, grandezza e forma.

Il mulino è in funzione per 16 ore al giorno e vi lavorano 4 persone in due turni. Gli addetti sono più che sufficienti se si considera che il ciclo di produzione è completamente automatico e gli operai devono soltanto controllare il regolare funzionamento di tutti gli organi. La funzione di controllo, però, deve essere continua, perché le macchine, i laminatoi in particolare, vanno registrati a seconda della calibratura, della durezza, insomma della qualità del grano da macinare.

La manodopera è tutta locale; soltanto nella fase iniziale della attività si fece ricorso ad un capo mugnaio forestiero.

Molto importante per la lavorazione ottimale del prodotto è la misurazione del grado di umidità che inizialmente non deve essere superiore al 17 per cento e alla fine del ciclo deve scendere al di sotto del 15 per cento; questo dato è importante perché da esso dipende la conservabilità della farina.

Per far funzionare i due motori dei laminatoi e i singoli motori
di tut
te le altre macchine, il complesso industriale si serve dell’ energia elettrica, trasformata sul posto da 20.000 a 380 Volt.
Soltanto 50 quintali di farina al mese sono venduti qui da me,
tutta l'altra è consegnata con tre camion a panifici e a grossisti delle province di Avellino, Benevento e Napoli.

Giravano lente le macine, girano veloci ora i cilindri: tutto è cambiato nel volgere di pochi decenni. Persino i proverbi non hanno più senso: "Chi va al mulino s'infarina "; "Il mulino non macina senz'acqua"; "Ognuno tira l'acqua al suo mulino". Il nuovo mi è arrivato addosso come una “scapula”.

L'unico forno che mi è rimasto, di proprietà della famiglia

Tutolo, è stato aperto nel I970. E' un forno elettrico che ha preso il posto dei 6 a legna, 4 nel Centro e 2 al Parco, attivi in precedenza, quando il pane si preparava in casa e si portava al forno soltanto per la cottura. Alla fine degli anni cinquanta in un forno del Centro si iniziò ad usare un bruciatore a nafta al posto della legna e qualche anno dopo, nel 1961, entrò in funzione un vapoforno al Parco (Romano), che ha cessato l'attività nel 1968.

Oggi il pane è ottenuto in maniera industriale in un panificio

che svolge tutte le operazioni necessarie per trasformare la materia prima in prodotto finito. La farina, acquistata presso il mulino Resce, è impastata da una macchina; dopo la lievitazione la pasta viene tagliata in forme che sono messe a riposare (“arreparare”) in cesti di vimini “cistielli”) e poi passate con una lunga pala nel forno. Il pane è venduto in pagnotte (“scanate”) da uno, da due e da tre Kg e in filoni da un Kg. Il panificio è anche dotato di macchine per la produzione di panini e di filoncini di pane integrale. I prodotti più richiesti, però, sono quelli tradizionali, come le pizze (bianca, al pomodoro, con le patate), i taralli con l'acqua e con le uova, i "piscuotti" con le "cicule" (filoncini di pane con i ciccioli).

Al forno si rivolgono anche i privati per cuocere alimenti da loro stessi preparati. Ogni giorno la panetteria sforna circa 3 quintali di pane che è consegnato direttamente ai clienti ed ai rivenditori del posto e che tre volte alla settimana viene portato con un furgoncino anche nella vicina Malvizza.

Per fortuna, il forno può funzionare anche a legna quando l'energia elettrica viene a mancare.

La gestione del panificio e la commercializzazione dei prodotti sono curate da quattro persone, componenti di un'unica famiglia, che dallo scorso anno gestiscono anche una pasticceria.

Le abitudini alimentari sono destinate a cambiare profondamente nei prossimi anni anche da me, come è già avvenuto nei grossi centri.La tecnologia ormai entrata prepotentemente nel campo dell'alimentazione ci darò prodotti ottimi dal punto di vista della qualità, ma privi di sapore, di quel gusto che soltanto le cose semplici, naturali sanno offrire. Avremo superprosciutti dai supermaiali, superformaggi da superlatte prodotto da supermucche, supermerendine ottenute con superfarine, e così via.

E allora, l'umile cavalluccio, che ancora qualche massaia prepara per Pasqua insieme ai taralli, adoperando soltanto acqua, farina e sale, potrebbe diventare una leccornia.

INDUSTRIA PER LA LAVORAZIONE DELLE PELLI E DEL CUOIO

I miei abitanti devono essere degli instancabili camminatori e dei consumatori imperterriti di scarpe. Non si spiega altrimenti come abbiano potuto contemporaneamente lavorare, fino agli anni sessanta, ben 16 e forse più calzolai. Sei botteghe erano aperte dal Borgo fino alla Fontana (Piazza XI Febbraio), 5 nel Centro e altrettante al Parco. Il loro numero, poi, è andato man mano calando e negli anni settanta ne sono rimaste soltanto cinque, che si sono ridotte a due nell'ultimo quadriennio.

Il calzolaio, oggi, si limita a riparare o a modificare le scarpe prodotte industrialmente ed ha a disposizione numerose macchine per cucire la suola e la tomaia, per inchiodare i tacchi, per tagliare e sfettare il cuoio, ber bucare la tomaia, per allargare i modelli, per sgrossare e lucidare il cuoio. Fa molto uso di colla e lavora per lo più in piedi, spostandosi da una macchina all'altra.

Lo "scarparo", invece, lavorava sempre seduto vicino al suo deschetto (“bancariello”), che spostava da una parte all'altra della bottega o addirittura all'esterno per godere di un po' di frescura nelle giornate assolate. E cantava, dalla mattina alla sera; smetteva soltanto il lunedì, quando la bottega rimaneva chiusa o quando doveva badare ad un cliente. Allora doveva fare attenzione a prendere bene la misura. Per fare ciò, si serviva di un'unica striscia di carta con la quale misurava sia la lunghezza della pianta del piede, sia la larghezza all'altezza del collo, e, se la scarpa doveva venire alta, anche la circonferenza della caviglia (“fusillo”).
Tre piccoli tagli prodot
ti con le forbici sulla striscia di carta servivano a ricordare le misure prese.

Fare una scarpa richiedeva una lunga serie di operazioni. Era necessario servirsi di modelli di carta che si misuravano sulla forma per ritoccare eventuali imperfezioni. Sui modelli si tagliava la tomaia, divisa in due pezzi, avanti e dietro, che poi si cucivano. Si applicava, quindi, sotto la forma un sottopiede di cuoio (“chiantélla”) e si montava la tomaia che, fissata con chiodi alla forma, veniva cucita insieme con un bordo, anch'esso di cuoio (“guardionciello”). La parte centrale della “chiantella” si riempiva con spezzoni di vecchi scarponi sui quali veniva stesa la suola. Dopo aver cucito la suola al "guardionciello" si costruiva il tacco con sfoglie di cuoio sovrapposte ed inchiodate singolarmente.
S
i passava alla finitura, pareggiando col coltello la suola e pulendola con raspe, pezzi di vetro e carta vetrata. A questo punto lungo il bordo della suola si inchiodavano le "centrelle", piccoli chiodi a testa larga. Al centro della pianta, le "centrelle" si sistemavano in modo da formare una "rosa", un rombo (partendo da una linea centrale di quattro, si scalava di una da una parte e dall'altra). Per proteggere ancora meglio la suola si applicavano un "fierro" sulla punta e una "posta" sull'estremità del tacco.
P
er colorare il cuoio, si ricorreva alla fuliggine, asportata dalle superfici interne dei forni a legna, impastata col vetriolo.
Dopo l'asciugatura, si passava del grasso di maiale sulla tomaia per ammorbidirla e per renderla impermeabile. Ora la scarpa poteva essere sformata. Non restava che cucire il "forte" (rinforzo posteriore) e la "bocchetta" (linguetta), applicare gli occhielli e i "curriuoli" (stringhe di cuoio) e attendere il ritorno del cliente. Per realizzare un paio di scarpe occorrevano due giornate di lavoro.

Per ogni fase della lavorazione servivano dei materiali e degli attrezzi particolari. Per cucire si usavano da otto a dieci fili di spago attorcigliati e impeciati con perizia; all'estremità, poi, si legavano delle setole di maiale che passavano facilmente attraverso i fori praticati nel cuoio dalla sugghia” (lesina). Il cuoio prima di essere lavorato doveva rimanere per un’ora circa a bagno in una bacinella e poi, per assottigliarlo, veniva battuto col martello su una pietra detta batti sola".

    Il calzolaio, protetto dalla  vandera” (grembiule di pelle) e col guardamano" (mezzo guanto di cuoio) sulla sinistra, aveva vicino a sé, sul deschetto o poggiati per terra, tutti gli strumenti che gli servivano: martelli; tenaglie per estrarre i chiodi o di presa" per montare la scarpa; forme in ferro e in legno; forbici; "pede de puorco” (bussetto) di legno e di ferro per
lucidare il bordi della suola; la mola e la "streppa" (striscia di cuoio
) per affilare i“trincetti” (coltelli); la "parciaiola“, tenaglia per occhielli; la "streccia", una forma per allargare la scarpa; il "tirapede", una cinghia di cuoio che serviva a reggere due pezzi di tomaia che dovevano essere cuciti insieme; puntine di tutte le forme e grandezze.

Anche gli “scarpari”, come tutti gli altri artigiani, andavano a lavorare "a giornata" presso le masserie delle varie contrade e rimanevano fuori per delle settimane intere. Il lavoro non mancava: si facevano scarpe per i giorni di festa e per quelli feriali; scarpe da fatica, come il "coturno" usato dai contadini ,con la tomaia di un solo pezzo; si applicavano meze sole"; si sistemavano i tacchi; si sostituivano i ferri, ecc. Il pagamento avveniva spessissimo con beni in natura,ma capitava anche di dover discutere col cliente per ottenere le poche lire dovute.

Quest' ultima situazione è descritta in una poesia di Ferdinando Russo dedicata a San Crispino, protettore dei calzolai, che si festeggia il 25 ottobre. I versi che seguono li ho sentiti più volte recitare da Nunzio Mennitto, calzolaio e fine dicitore di poesie.

 

San Crispino 'o 'ntossecuso
t
u già sai ca fa 'o scarparo!
È nu piezzo (d)'artigliaria
ca nun c’è chi le sta a paro!

O
gne ghiuorno fa na storia

mo pe' chesto, mo pe’ chello

e 'nfuscato afferra 'a suglia
'o bisecolo, 'o martiello

'Na matina, ‘o Pat’Eterno

le mannaje pe' ’e ffa’ accuncià

na pareglia 'e meze-cape.
Corr
e n'angelo, e lle fa:

-   
-
San Crispì, dice ‘O Signore
c
a lle miette 'e mmeze-sòle!

Vo' na cosa acconcia acconcia…
- Ma che songo, sti pparole?

 

Saie ca parle cu n'artista

e nun già cu nu chiappino?
Ma comm’è, te si’ scurdato

ca me chiammo San Crispino?

Posa 'e scarpe e va vattenne,
pecché, ‘o riesto nce penz' io!...

-    No, serveva pe te dicere

ca sti scarpe songo 'e Dio…

-    N'ata vota mo!Vattenne
ca t’avvio na forma appries
so!
Siano ‘e scarpe ‘e chi sia sia

    Ca pe’ me so' tutt’ 'o stesso!

Doppo n’ora l’angiulillo

torna tutto appaurato,

-    Viene ‘a cca, pòrtale ‘e scarpe!

Tanto 'e pressa t'ha mannato?

E dincelle: ”Vo’ tre lire!

Ve l’ha fatte quase nove!

Nce ha mettute e guardiuncielle,
‘e ppuntette, tacche e chiuove!”

L’angiulillo, aizanno vuolo,
va addu Dio. – Quante ne vo’?
- Vo’ tre lire… - Ma ch’è pazzo?
- Che ne saccio, neh Signò?

Chillo sta accussì arraggiato!
N’ato poco me magnava!...
Si ll’avisseve sentuto
comme ddieci jastemmava!

 

-    Lassa sta’! Mo nce vach’io…
E scennette. – San Crispì?
-Gnò! – Ched’è sta jacuvella?
Sti denare ‘e vvuò accussì?...

-    Accussì? Mannaggia ‘a morte!
V
i' che capa gloriosa!...
O pavate, o, n’ata vota,
mo ve scoso tutte cosa!

Tu capisce? Io nun t’ ‘o spieco!
cammurristo, chistu ccà!
N’ ‘a fa bona manco a Dio!
Miette a bbevere, paisà!

 

Per cinque anni, dal giugno del I979 all'ottobre del I984, ho visto funzionare una vera industria per la fabbricazione di cal- zature, impiantata da Lembo Pasquale in contrada Bellavista.

Nel primo anno di attività gli addetti, di entrambi i sessi, erano trenta, poi si sono ridotti man mano fino a tredici.

Le materie prime provenivano dalla provincia di Pistoia. Si producevano scarpe da donna, esportate in Belgio, in Africa del Nord e in America. Le macchine presenti nella fabbrica erano le seguenti: una fresatrice, una stampatrice, una stiratrice, un forno, una raspatrice, una fresa e una cucitrice. Questa industria continua ad operare ad Ariano Irpino, dove sono stati trasferiti

i macchinari.

INDUSTRIA PER LA LAVORAZIONE DEL MARMO

Un'attività completamente nuova per me è quella della lavorazione del marmo.La presenza di numerose industrie nella vicina Benevento non aveva fatto nascere il bisogno di avere un'impresa di questo tipo sul posto. L'aumento della domanda, conseguente allo sviluppo edilizio, e l'accresciuto costo dei trasporti hanno stimolato un imprenditore locale, Masella Anatolio, ad aprire, tre anni fa, una piccola industria a conduzione familiare con tre addetti.

Il marmo, già tagliato in lastre, è acquistato quasi tutto a Massa Carrara ed è qui lavorato con l'ausilio di due macchine, una fresatrice e una levigatrice.

Si producono soglie, ornie per davanzali e stipiti di finestre, scalini, lapidi e rivestimenti con vari tipi di marmo: bianco, perlato, granito, travertino e pietra di Trani.

Il marmo che ora contorna le porte le finestre e i balconi delle nuove costruzioni non riuscirà a far dimenticare la bellezza dei pezzi d'intaglio in pietra viva, che le vecchie case ostentano   ancora vanitosamente. Stipiti, archi a tutto sesto ed ellittici, architravi, lunette, mensole per balconi, stemmi gentilizi e camini, tagliati e lavorati da valenti scalpellini, erano come tante piccole opere d'arte esposte all'interno o all'esterno delle case.
L
e persone di una certa età ricordano ancora intenti al loro lavoro i due ultimi scalpellini a cui ho dato i natali, lontani eredi di quel "Joannes de Casalarbole" o "De Casa Arbore" che verso la metà del XV secolo ideò e costruì l'Arco della Torre Campanaria della Cattedrale di Larino, scegliendo la forma ogivale propria dell'architettura gotica sull'esempio della porta "Fontana" del mio Castello normanno.

 

INDUSTRIA PER LA LAVORAZIONE DEL LEGNO

Nell'unica bottega di falegname ancora attiva, quella di Tedesco Ettore, aperta 15 anni fa in Via G. D'Orso, alcune macchine permettono di produrre porte, balconi e finestre in tempi brevi. Si tratta di macchine di grandi dimensioni, cone una sega a nastro, una combinata (pialla, sega, buca, fa cornici e spessori), una bucatrice e una levigatrice, e di piccole dimensioni, come due seghe a disco. Le varietà di legno usate sono il Douglas, il mogano, il pino rosso, il noce e l'abete.

I sei falegnami che la gente ricorda ancora avevano a disposizione, invece, soltanto la forza dei loro muscoli e pochi attrezzi. Nella bottega troneggiava il banco, munito di morsa, sul quale si
susseguivano le varie fasi della lavorazione di un oggetto. Appesi alle pareti o pog
giati su ripiani c'erano gli altri strumenti: la sega col telaio in legno e la corda per tendere la lama; il seghetto (saracco); la sega "'ndrianella" che doveva essere tirata da due persone; il seghetto "a coda de sorece"; la pialla; la chianozza"; i martelli; le tenaglie; i cacciaviti; le raspe; la “manarola”, il trapano a mano; la "spinarola", per piallare i battenti; il compasso; lo squadro; le sgorbie, scalpelli per fare le scalanature; il singaturo", per segnare gli intagli. Il metro a stecche ripiegabili spuntava dal taschino della giacca dell'artigiano, che portava infilata sull'orecchio destro una matita piatta. La maggior parte degli utensili venivano fabbricati con molta abilità dagli stessi artigiani. I falegnami costruivano tutta la mobilia: letto, armadio, comò e comodini, tavolo, cristalliera, "scodellaro“ (pen- sile da cucina), stipo, casse, "scannuli” (sgabelli), panche; e tanti altri oggetti necessari nella casa: pede de vracera", fazzatora” (madia), tavulillo“ (spianatoia), lainaturo” (matterello), "fazzatorelle” per asciugare la conserva, tavole per portare il pane al forno, daccialardo” (tagliere), setaccio per cernere la farina.

Il legno proveniva da alberi nati sul mio terreno, come pioppi, castagni, ciliegi, querce (rovere), sorbi, olmi, meli, gelsi e noci. Erano gli stessi falegnami che nel periodo estivo, armati di "struncone" e accetta, giravano per le campagne a tagliare gli alberi, il cui legno veniva utilizzato dopo l'asciugatura.
Per realiz
zare una mobilia era necessario un mese di lavoro e per essere ricompensati doveva arrivare agosto, quando,venduto il grano, si pagavano i debiti contratti nel corso dell'anno.

Oltre ai falegnami, c'erano degli artigiani specializzati in lavorazioni particolari. I "varrilari" o "secchiari", per esempio, che nelle loro tre botteghe costruivano e riparavano "varrili" (barili) con le doghe di legno e i cerchi di ferro. Ne facevano di diverse misure, dalla "varrecchiella" da 5 litri a quelli da 20 litri. C'erano ancora i "carrieri" che costruivano i carri usati dai contadini, e i "vardari" che producevano i basti ("varde") per gli asini e i muli servendosi di una struttura di legno che ricoprivano con la paglia e con la pelle. Molti erano, infine, i "cistari" che intrecciavano vimini e canne per ottenere "spase", sulle quali si facevano seccare prugne e fichi, cesti e "panari" (panieri).
Oggi non è più possibile arricchire la propria casa con pezzi unici in legno prodotti artigianalmente. Soltanto chi ha saputo conservare gelosamente qualche oggetto "antico", fosse anche un semplice "pisaturo" rovinato dai colpi dati nel mortaio, può ancora sentire il calore del legno lavorato a mano e apprezzare la fatica e la bravura di chi lo ha fatto.

 

I SARTI

Si vai a spigolà te fai la vesta”. Era questo il consiglio che davano le madri alle figlie che chiedevano con insistenza di poter indossare un vestito nuovo per la festa. E allora via di corsa nei campi a raccogliere le spighe rimaste abbandonate sul terreno dopo la mietitura e la carratura". Con le lire ricavate dalla vendita del grano, ottenuto trebbiando con un bastone le spighe raccattate, le ragazze si recavano felici dalla sarta. Potevano scegliere tra molte, perché le donne che esercitavano a tempo pieno questo mestiere erano almeno tredici ed ognuna di esse aveva un nutrito seguito di apprendiste. Anche i "masti” e i discipuli” erano numerosi: si contavano otto botteghe. Le sarte erano impegnate soprattutto nel cucire il corredo per le donne che andavano spose, le quali dovevano provvedersi di tutto, dalle mutande ai materassi, dai reggiseni alle lenzuola. Il lavoro, sia per i sarti che per le sarte, aumentava di molto sotto le feste, in particolare quella della Madonna della Neve, quando gli abitanti del paese e quelli de fore" ci tenevano a sfoggiare un vestito nuovo. In quelle occasioni si lavorava anche di notte e molti abiti erano consegnati all'ultimo momento. La roba” necessaria per i vestiti si acquistava di solito a Buonalbergo o la si sceglieva sui campionari che alcuni sarti avevano a disposizione. Il pagamento avveniva il più delle volte in natura, perciò le botteghe si trasformavano in Ammasso". Un sarto, Camillo Pezzuto, era anche rappresentante di macchine da cucire Singer, che insieme alla Phaff era allora la marca più diffusa, ed organizzava corsi di cucito.

Quando, ed avveniva di frequente, i sarti erano chiamati a lavorare "a giornata", la sera precedente il cliente si presentava alla bottega con la sua "vettura" (asino) sulla quale carica-

va la macchina da cucire e la portava alla sua masseria. L'indomani alle sette il sarto poteva già iniziare il suo lavoro.

Per stirare i sarti non usavano il ferro elettrico e a chi passava dinanzi ad una bottega capitava spesso di vedere sulla soglia il maestro o un suo discepolo muovere il ferro da stiro come un

pendolo per favorire l'accensione dei carboni.

I miei sarti vissero un momento di gloria quando, riuniti tutti insieme nell'androne del palazzo Gallo, furono impegnati nella confezione delle divise invernali per i 70 e più componenti della banda musicale.

Oggi è rimasto un solo sarto per uomo, Valentino Petrone, a mantenere in vita un lavoro artigianale messo in crisi dalle tante industrie di indumenti già confezionati. Più numerose sono le sarte,

quattro, alle quali molte donne si rivolgono per avere modelli originali per sé e per i propri figli.

Le attuali tendenze della moda sia maschile che femminile, che vanno verso una personalizzazione marcata dell'abbigliamento e che spingono alla richiesta di vestiti su misura, faranno presto

rifiorire questo mestiere per il quale si richiede perizia e creatività.

 

EDILIZIA

Nel mio arredo urbano si sono inserite di prepotenza le gru, con i loro lunghi bracci lasciati liberi di muoversi sotto la spinta del vento, come bandiere che garriscono per celebrare la vittoria del cemento. E le gru non sono sole: betoniere, escavatori, ruspe, martelli pneumatici, ecc., continuano a lavorare per trasformarmi. Nell'arco di una generazione sono cambiato più di quanto non mi sia accaduto nel corso di otto secoli. E' a seguito del terremoto del 1962 che i lineamenti del mio volto hanno iniziato a mutare. L'opera di ricostruzione, favorita dall'intervento dello stato, ha fatto nascere nuovi quartieri, provocando l’abbandono del mio vecchio centro, ed ha determinato un profondo cambiamento nel sistema di vita dei miei cittadini. E' scomparsa la "civiltà del vicolo”, dove la vita scorreva lenta segnata dal ritmo dell'orologio del campanile e dal suono delle campane; dove il vicino era una persona di famiglia; dove i fatti correvano da una bocca all'altra; dove i fanciulli giocavano liberamente; dove il selciato era battuto dagli zoccoli degli asini; dove si nutrivano semplici, ma profondi, sentimenti; dove, dove, dove …

Al suo posto è subentrata " la civiltà della strada asfaltata", dove le auto sfrecciano veloci o avanzano pigramente e inutilmente; dove l'unico rapporto sociale è lo scambio affrettato di un saluto; dove i passi non fanno rumore; dove i sentimenti…( che sono? ); dove, dove, dove

C'è stato, quindi, in questi anni, il boom dell'edilizia che ha portato molti posti di lavoro ed ha trainato tutte le altre attività.

Nel Censimento dell'industria del 1981 le imprese edili operanti risultano 8, quasi tutte con caratteristiche artigianali, con 62 addetti, pari al 38 per cento del totale dei lavoratori del settore secondario.

Attualmente (Aprile 1987) le imprese locali sono 13, 6 delle quali hanno dimensioni minime con un massimo di 3 operai; altre 3 raggiungono i cinque addetti e soltanto 4 ne hanno da IO a 20.

Gli occupati presso le imprese edili sono, quindi, circa 80.

Le cifre qui fornite e quelle che si daranno più avanti rispecchiano la re